Cargo 200 - Aleksej Balabanov

"Non esiste una sola cultura al mondo in cui sia permesso di fare tutto." 

Michel Foucault



Cargo 200 - Aleksej Balabanov
Cargo 200 è un affresco crudissimo di un'umanità alle corde, attaccata ovunque dal virus della decadenza e del conformismo. Nel quadro di una società che arretra violentemente e di individui che si ergono a sovrana misura di tutti i valori, Balabanov assesta un feroce cazzotto nello stomaco dello spettatore occidentale. Così muoiono gli idoli di un mondo, di un sistema organizzato. La Russia degli anni '80 collassa in ogni dove, e non è una sola verità estetica che si vede dalle macerie di case scalcinate e traballanti, ma è prima di tutto una verità morale. Le figure della crisi si presentano in un comico dialogo sin dall'inizio, due fratelli, un colonnello e un professore universitario: esercito e università, i luoghi della disciplina, inattuali, obsoleti. Di fronte a loro avanza la corruzione morale e politica, l'ansia di rivincita, la nostalgia, il revanscismo sono i sentimenti che nutrono la complessità di un orizzonte di frontiera e di cambiamenti strutturali. Una polizia corrotta che governa e controlla a suo modo il campo sociale, sembra sempre sul punto di confondersi con un'organizzazione criminale, deponendo ciò che resta delle vestigi dell'Impero in cui nessuno crede ormai più. I dogmi del materialismo e del socialismo franano assieme. Bande di giovani spiantati, disadattati e sradicati si dedicano alle nuove mode venute dall'ovest: il rock, l'elettronica, e soprattutto all'alcol. Un orizzonte in cui sorge un diritto basato sulla sopraffazione del più debole, come mi capitò di scrivere a proposito del Limonov di Carrere che descriveva proprio questa crepa nella storia della Russia. Ma dove "il vecchio mondo muore, e quello nuovo tarda a comparire nel chiaroscuro si generano i mostri". 

Cargo 200 - Aleksej Balabanov
Zhurov, losco e impotente burocrate delle forze dell'ordine, sequestra la bella Angelica, dopo averla stuprata in maniera agghiacciante, ne devia le indagini per il recupero, facendo arrestare e poi uccidere un vecchio compagno di prigione con cui condivideva bevute notturne. Ne nascono vendette trasversali, condite da immagini atroci e estreme. Disagio sociale e delirio psichico raggiungono un acme insostenibile quando l'ufficiale di polizia non esita addirittura a riaprire la salma in decomposizione del fidanzato di Angelica, morto in Afghanistan, per porla vicino al suo corpo mentre la fa violentare da un galeotto. Il poliziotto viene infine ucciso dalla vedova dell'uomo che aveva fatto uccidere, che però, quasi con quiescente fatalismo, non scioglie le catene di Angelica, il regista ci sta forse suggerendo che non è possibile alcuna liberazione, o forse i tre morti che circondano la donna stuprata sono da intendere simbolicamente come gli ordini (esercito, polizia e criminalità) che hanno violato la bellezza e l'integrità della madre patria. Fatto sta, che quello di Balabanov non è un film per tutti. Esso è sia visivamente che moralmente, difficilmente sostenibile: un inferno senza redenzione, dove gli idoli del passato scoprono i loro piedi di argilla mentre alimentano nella loro ombra disillusione, disinganno e perverse ansie di affermazione individuale. La vecchia Russia e i suoi valori sono persi e sconfitti per sempre in Afghanistan (i cargo 200 sono gli aerei che riportano i morti nella guerra del 1984), ma ciò che incombe all'orizzonte è ben più terribile e reale dei fantasmi delle ideologie del passato.

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